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Cronache di un giorno qualunque – Un anno dopo

Cronache di un giorno qualunque è il titolo di un articolo per questo blog che scrissi durante il lockdown dell’anno scorso, descrivendo una domenica in cui tutte le nostre abitudini erano state messe in disparte, perché non si poteva uscire di casa. Ci sto ripensando proprio in questi giorni, all’incredibile periodo che abbiamo passato tutti, e che dobbiamo tenere bene a mente, per non tornare di nuovo a quei sacrifici e a quelle rinunce.

Bisogna cominciare a smetterla di pensare di non essere sempre e comunque parte di un grande organismo, e capire che ogni scelta riverbera nel grande oceano del tutto.

Tornare con la mente soprattutto allo stato d’animo di quei giorni mi causa ancora un attimo di smarrimento. Una sensazione di irrealtà come se si fosse trattato di uno di quei sogni strani dove ti rendi conto che qualcosa non va, dove l’assurdo è necessità e paure che credevi parte di un lontano passato diventano parte del tuo quotidiano.

Cosa è cambiato, un anno dopo? Moltissimo, eppure allo stesso tempo molto poco.

Quel “ne usciremo migliori” non si è verificato, lo sappiamo bene tutti. Quanto c’era che non andava nella nostra società non si è mai mitigato nemmeno nei momenti peggiori, anzi, in alcuni casi si è esacerbato. Sono stati raggiunti picchi di diffusione dell’ignoranza più crassa che si sperava vedessero poi una discesa, ma che invece sono rimasti lì, altro problema con cui fare i conti quotidianamente.

Però vorrei parlare di quanto di positivo c’è, più di anno dopo, a pochi giorni dall’inizio della seconda estate in cui portiamo nel cuore quel pensiero del come sarà il futuro, con quella paura nuova in più che prima del febbraio del 2020 non conoscevamo.

Il 25 di questo mese mi sono vaccinata. La prima dose. E mentre attendevo il mio turno pensavo che è per me il primo passo per imboccare la strada di uscita da un incubo. Ancora una volta, pur criticando spesso certi modi di agire della società, mi sono commossa e stupita per quanto di buono invece l’uomo è in grado di fare, nonostante tutto. Sono sempre stata sostenitrice del progresso scientifico e tecnologico, unito all’umanesimo nella sua accezione più positiva. Non per niente sono una fan di Star Trek, che condensa tutti questi ideali di slancio verso il futuro e verso la conoscenza, di rispetto e di inclusione già da quando nessuno ne parlava. E chi conosce almeno un po’ Star Trek sa che arrivare a quel futuro non è stato facile, e che le prove e le sofferenze comunque non finiscono mai.

Oggi è un’altra domenica, un altro giorno qualunque.

Il cielo è sereno, fa molto caldo, una tortora fuori emette il suo verso soffice. Delle api ronzano nel piccolo cespuglio di lavanda nel cortiletto dei vicini. Mi sono alzata tardi, essendo giorno di riposo dal lavoro. Questa notte sono stata attenta a non dormire sul fianco sinistro, perché fa ancora un pochino male lì dove ho ricevuto l’iniezione. Niente di che, la sensazione è la stessa di quando si prende una lieve botta, ero stata avvisata che l’avrei sentito per un po’. Ho fatto un giro fuori, la mascherina ancora sul volto, sollevata dal fatto che da domani sarà possibile – con buon senso – non tenerla all’aperto, ma sapendo che probabilmente continuerò a lungo ad usarla in certe situazioni, come già si faceva da anni in paesi come il Giappone.

Ho trascorso il fine settimana leggendo, scrivendo e facendo le parole crociate. Ho visto i miei genitori. Ho fatto la spesa con mio marito. Sto pensando alle vacanze e a quando potrò tornare in Giappone. La sera mi addormento confortata dai suoni delle attività umane che hanno ripreso il loro corso normale. Un treno in lontananza, un aereo, qualcuno che parla passando lungo la strada. Non c’è più quel silenzio profondo rotto solo dalle sirene delle ambulanze. Quel silenzio che non era quiete, ma assenza del corso quotidiano delle cose. Un’assenza e una sospensione quasi tangibile, densa. Ora il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi non è più un perdermi vertiginoso in quella paura sorda per i miei affetti.

Non possiamo cantare vittoria, non è tutto finito. Una consapevolezza che è bene avere. Ora conosciamo di più, abbiamo più strumenti – anche se ci sarà sempre chi non vorrà usarli né per sé stesso né per gli altri -abbiamo quella speranza in più. Io non dimenticherò mai tutti coloro che si sono spesi in prima linea durante questa tragedia, non finirò mai di essere grata del fatto che vi siano al mondo persone che dedicano la propria esistenza alla cura dell’essere umano, che studiano come preservarne la vita e la salute. Quanto viene dato per scontato questo esserci di medici e personale sanitario.

Chi ha voluto trarre un insegnamento da questo periodo si sarà arricchito, pur attraverso un’esperienza che ha costretto a sperimentare vari livelli di dolore.

Questa domenica è quasi un giorno qualunque. Siamo noi a non essere più gli stessi, nel nostro vivere giorno dopo giorno. Spetta a noi renderci conto del come e quanto si possa essere cambiati, e se questo cambiamento fosse, in fondo, necessario.