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La storia di Murasaki

Immagine: Pinterest

Ho finito di leggere in lingua originale, poco tempo fa, un bellissimo romanzo di Liza Dalby, intitolato, appunto “The tale of Murasaki”. In quest’opera l’autrice, una studiosa di cultura giapponese e forse l’unica occidentale che sia stata, in un certo modo, geisha (si veda la sua esperienza descritta nel suo libro “La mia vita da geisha”), rievoca le vicende di Murasaki Shikibu, raccontandole come se la leggendaria figura dell’autrice de “La storia di Genji” parlasse in prima persona, o meglio, immaginando che la figlia di Murasaki ritrovi, dopo la morte di quest’ultima, le memorie scritte dalla madre. Si ripercorre quindi la storia di questa donna, profondamente immersa nel suo tempo, seguendone i passi fino al suo ritirarsi dal mondo.

Questo romanzo non solo è un’importante ricostruzione della vita, prevalentemente avvolta nel mistero, di Murasaki Shikibu, vissuta nel Giappone dell’undicesimo secolo, ma riesce anche a trasmettere l’immagine intima di quella che è stata una delle prime scrittrici conosciute, dalla cui immaginazione, combinata con l’attento spirito di osservazione, sono nate pagine che hanno saputo immortalare un’epoca, quella del periodo Heian e della vita di corte. Liza Dalby si è basata sui documenti rimasti, come i frammenti di diario della stessa Murasaki, e su un attento lavoro di ricerca e ricostruzione, visitando i luoghi che conservano tracce del passaggio dell’antica dama e rielaborando i documenti disponibili. L’intera narrazione è percorsa anche da numerose poesie, che all’epoca costituivano un vero e proprio modo di comunicare, in un gioco di botta e risposta adeguato alle varie occasioni.

Dama Murasaki nell’opera di Tsukioka Yoshitoshi “Luna ad Ishiyama”

Personalmente quello che mi è rimasto impresso di questo romanzo, oltre al piacere nel vedere collocate nel contesto della vita della poetessa e scrittrice le origini dei vari episodi presenti ne “La storia di Genji”, è stato il ritratto di Murasaki che ne emerge. Quello di una persona che sogna la corte quasi fosse un mondo per lei irraggiungibile, che riesce a scorgere solo attraverso i resoconti del padre. Una donna intelligente e colta, che viene ritenuta un po’ strana perché conosce i classici cinesi, e che tende a nascondere questa sua conoscenza per non essere preda della vergogna. Murasaki che fantastica sull’uomo perfetto, e crea il Principe Splendente, Genji, finendo per riuscire a descrivere e conferire una dimensione quasi mitica alla vita di corte, avvincendo quelle stesse persone che in quell’ambiente vivono la loro quotidianità. Murasaki che, una volta avuta la possibilità di entrare in quel mondo, proprio grazie ai suoi scritti apprezzati da tutti, sente calare su di sè l’infelicità di non poter più scrivere liberamente, ma di doverlo fare rispondendo alle aspettative degli altri: ormai dama e nota letterata, vive la pressione di un ambiente in cui, qualsiasi sia il modo in cui ci si comporta, ci si espone a critiche e invidie. Sempre più arriva a desiderare di poter starsene per conto proprio, semplicemente a fantasticare e riflettere come faceva un tempo, quasi che la realtà dei fatti, prima solo immaginati, abbia reso quel suo stesso mondo di sogno opaco, non più completamente suo, ma uno specchio per chi, nei suoi scritti, vuole vedere soprattutto se stesso e le proprie personali vicende celebrate.

Ricordo che mi muovevo attraverso quei giorni in uno stato quasi di sogno. Desideravo prendere in prestito la rugiada di crisantemo, per poter riacquistare uno sguardo più giovane sul mondo. Messa di fronte ovunque all’esaltazione favorevole e gioiosa, soffrivo invece del perverso ed opposto effetto di una disillusione crescente.

(The Tale of Murasaki, Anchor Books, 2001 p. 329 – traduzione mia)

Toccante anche l’incontro con l’altrettanto famosa Sei Shonagon, autrice de “Le note del guanciale” che viene messa da parte proprio da quella corte che l’aveva così tanto innalzata, non appena la sua protettrice cade in disgrazia. In lei Murasaki comprende la mutevolezza della sorte, e riconosce uno spirito affine, pur essendo le due donne profondamente diverse per carattere e modo di intendere la scrittura:

Persino nel suo stato decaduto, Shonagon era come una farfalla che svolazzava da un argomento all’altro, mentre io mi sentivo come il bruco che si nasconde nelle ombre, digerendo lentamente le esperienze in modo da trasformarle in qualcos’altro.

(The Tale of Murasaki, Anchor Books, p. 274 – traduzione mia)

Una lettura affascinante, rilassante nel suo tono malinconico e riflessivo, che si svolge attraverso le stagioni, in un mondo di penombre, luce lunare, paraventi, fiori e mutare della natura commentato dall’occhio e dalla parola umana.