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Con le parole di Lafcadio Hearn

In un libro di recente pubblicazione in Italia (Giappone, di Lafcadio Hearn, edito da Ibis Edizioni), ho letto alcune tra le pagine più significative in cui mi sia imbattuta circa il problematico rapporto di amore e delusione che uno straniero amante del Giappone in tutti i suoi aspetti abbia scritto.

Lafcadio Hearn trovò nel Giappone una vera e propria patria prescelta: la sua figura è indissolubilmente legata  al suo lavoro su folklore e tradizioni di questo paese, e alle sue raccolte di leggende e storie di fantasmi. Dopo aver sposato la discendente di una famiglia di samurai, prese il nome di Koizumi Yakumo, ed è questo il nome con cui è maggiormente conosciuto in Giappone. In tutti i suoi scritti traspare profondo incanto ed ammirazione  per la cultura tradizionale giapponese. Tuttavia, pare che nei suoi ultimi anni sia stato colto talvolta da amarezza nei confronti del modo di vivere del paese che tanto lo affascinava, sentendosi, alla fin fine, pur sempre considerato estraneo alla società giapponese.

Questo possibile coesistere dei due aspetti, apprezzamento e scoramento, traspare già dagli scritti presenti nel libro in questione. Eccone alcuni tratti:

“Le prime impressioni riportate da chi visita il Giappone sono di solito positive. In verità, deve mancare di qualcosa, o essere assai insensibile, chi non subisca in alcun modo il fascino di questo paese. Il fascino stesso è indizio di un problema; e il problema è il carattere di questo popolo e la sua cultura. Le mie prime impressioni del Giappone – un Giappone visto nella luce bianca di un perfetto giorno di primavera – ebbero molto in comune con quel genere di esperienza. In particolare, ricordo la meraviglia e il piacere di ciò che vedevo. Meraviglia e piacere non si sono mai esauriti: ancora adesso, dopo quattordici anni di soggiorno in questo paese, vengono spesso riaccesi da fatti casuali. Ma la ragione di quelle sensazioni è stata difficile da comprendere, o quanto meno da individuare, poichè non posso dire di sapere granché del Giappone…Molto tempo fa, l’amico migliore e più caro che abbia avuto in questo paese mi disse, poco prima di morire: “Quando, tra quattro o cinque anni, ti accorgerai di non capire affatto i giapponesi, allora comincerai a sapere qualcosa di loro”. Ora che ho constatato quanto fosse vera quella predizione – una volta scoperto che non comprendo affatto i giapponesi – mi sento più qualificato ad avventurarmi in questo scritto.”

Lafcadio Hearn – Giappone, Ibis Edizioni, p.11

Le sensazioni che Hearn descrive colgono perfettamente quanto accade durante il primo impatto con questo paese. Ma, come spiega poco più avanti, pur essendo la prima impressione fondata su un benessere che effettivamente si prova, ben presto si prende consapevolezza di molto altro, e l’incanto si rivela nella sua natura, appunto, di fascinazione che avvolge ma di cui non si è veramente mai parte integrante:

“Come non lasciarsi affascinare da una civiltà nella quale ogni rapporto sembra governato dall’altruismo, ogni azione dettata dal dovere, ogni oggetto foggiato dall’arte? Non si può che essere entusiasti di questo mondo, e indignarsi nel sentirlo definire “barbaro”. E a seconda del nostro grado di altruismo, questa brava gente sarà capace, senza sforzo apparente, di renderci felici. Già dall’ambiente ci viene una sensazione di placida felicità: è come la sensazione di un sogno in cui la gente ci saluti come vorremmo essere salutati, ci dica ciò che vorremmo sentirci dire, faccia per noi ciò che vorremmo fosse fatto; gente che si muove senza rumore in spazi di perfetta quiete, immersa in una luce vaporosa. Sì, per non breve tempo questo piccolo popolo fatato ci regalerà tutta la dolce beatitudine del sonno. Ma presto o tardi, se vivremo a lungo in questa terra, il nostro appagamento si rivelerà molto simile alla felicità dei sogni. Non dimenticheremo mai il sogno, mai; ma alla fine esso si dissolverà, come quei vapori primaverili che nel mattino delle giornate limpide conferiscono soprannaturale incanto a un paesaggio giapponese.”

Lafcadio Hearn – Giappone, Ibis Edizioni, pp. 17- 18

Lafcadio Hearn e Koizumi Setsu in un ritratto del 1892. Foto di Rihei Tomishige.

Un Lafcadio Hearn inedito, in questi passi, che tuttavia sono seguiti dalla descrizione dei suoi giorni nella città di Matsue, e ben presto lasciano posto al suo consueto riportare vicende locali sfumate del sapore di stranezza, e lodare natura, arte e suggestioni del paese cui dedicò buona parte della sua vita. Una dimostrazione che apprezzare quasi incondizionatamente una cultura non toglie tuttavia la capacità di comprenderne le contraddizioni e quanto di oggettivamente ingiusto e sbagliato si celi talvolta sotto la superficie, come ad esempio le costrizioni sociali. Anzi, probabilmente questi aspetti possono essere individuati proprio da chi continua a provare, di base, un forte amore per un tale tipo di civiltà, tanto da volerne riconoscere ogni sfumatura, per una conoscenza davvero completa e consapevole.