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Sera con monjayaki a Sendai

2018. Fa freddo a Sendai, in questa sera di dicembre, a una manciata di giorni dal Natale.

Ogni tanto cade una neve sottile, che non attacca ma che fa vibrare il paesaggio con il movimento precipitoso dei suoi minuscoli fiocchi. Imbacuccati nei nostri cappotti, io e mio marito camminiamo attraverso le vie commerciali coperte dove le decorazioni natalizie scintillano ovunque. Luci di ogni colore, un Babbo Natale enorme e dall’aspetto strano appeso a mezz’aria con l’espressione serafica. Gente che si sofferma davanti ai negozi e ai locali, musiche e rumori che emanano dagli interni. Un’insegna di un ristorante di cucina italiana con una descrizione surreale nella nostra lingua, che ci provoca un attacco di risate. Una viuzza strettissima che si dirama, coperta anch’essa, su un lato della galleria, con delle bancarelle su entrambi i lati che paiono miniature, e si chiude con un piccolo tempio.

Camminiamo senza una meta precisa, per conoscere questa città, questa Sendai di cui fu signore il mio preferito tra i personaggi dell’era Sengoku, Date Masamune. Mio marito mi prende benevolmente in giro per tale passione, dicendomi che di solito certi entusiasmi si riservano a cantanti o attori. Percorriamo un tratto del grande viale alberato che tra qualche giorno si accenderà di uno spettacolo di luci blu, peccato che noi ce ne andremo qualche giorno prima, per proseguire verso il resto del nostro itinerario. I piedi cominciano a farci male, sentiamo d’un colpo anche la stanchezza della giornata che sta per concludersi. Tagliamo lungo una via laterale per poter tornare sui nostri passi, attraversiamo un quartiere dove i cartelli appesi fuori dagli ingressi dei locali, con varie foto di ragazze, ci lasciano intendere che si tratti di una zona un po’ equivoca, affrettiamo il passo con un lieve disagio, per quanto tutto sia assolutamente tranquillo.

Torniamo verso la stazione, per raggiungere nuovamente le gallerie commerciali che poco oltre i suoi ingressi si intrecciano.

Sarebbe ora di cena, e mio marito comincia a cercare qualcosa nei dintorni. Ha voglia di okonomiyaki, e dopo qualche ricerca sul navigatore mi guida con passo sicuro oltre le gallerie, dove le strade appaiono buie in contrasto allo sfolgorare di luci natalizie in cui siamo tornati. Non c’è quasi nessuno, se non qualche signora che passa con delle borse della spesa. Ci infiliamo in un vicolo poco illuminato, ci sono dei negozi chiusi, e altri vicoli laterali, stretti accanto ai locali, dove si intuiscono scatoloni e bidoni ammassati. C’è una sorta di portico di un edificio grigio e anonimo, con una scala che porta verso l’alto, i gradini messi in risalto dalla luce bianca di un neon.

Guardo mio marito con espressione scettica. Guardo il navigatore, dove la freccia indica che in effetti lì dovrebbe esserci un ristorante di…monjayaki. Ma non volevi gli okonomiyaki? Faccio notare io. Scopro con una breve ricerca che si tratta di una sorta di variazione sul tema, di una sorta di okonomiyaki lasciato più liquido, che non abbiamo mai assaggiato. Lui, coraggioso e convinto, sale lungo le scale che non sappiamo ancora dove ci porteranno.

Dopo tre brevi rampe di scale grigie e pareti nude, sul pianerottolo compare una porta dalla quale trasuda una luce calda. Sul muro immediatamente vicino, delle pubblicità di birre. Entriamo come se stessimo camminando in un negozio di cristalli. Io mi preparo mentalmente ad essere accolta da sguardi pieni di panico o a sentirmi dire una scusa qualunque per scoraggiarci dal restare. Il locale è un’unica stanza, dalle pareti coperte di perline di legno. Ci sono alcuni fusti di birra in un angolo, un grande frigo con delle birre in bottiglia, e svariate immagini vintage di marche di birra appese ad adornare le pareti.

C’è un profumo buonissimo di cibo. Una ragazza con un grembiule ci viene incontro, e ci fa sedere senza alcun problema. Dalla cucina poco lontana un uomo impegnato a sminuzzare delle verdure ci guarda e ci fa un cenno di saluto, annuendo. Oltre a noi, nel locale ci sono solo un uomo e una donna sulla quarantina, accanto al tavolo dei quali la cameriera ci fa accomodare. Strano che non ci metta dal lato opposto del locale per paura di poterli turbare, penso tra me. I tavoli sono di legno color caramello scuro, ampi, con delle panche su ciascuno dei due lati più lunghi dove potrebbero accomodarsi due persone, e una piastra enorme nel mezzo. Delle salse sono appoggiate a portata di mano, e oltre alle bacchette ci sono alcune palette simili a quelle per tagliare l’okonomiyaki.

Il menù è infilato in uno scomparto. Niente menù in inglese, mi fa capire la ragazza mentre poggia sul nostro tavolo due bicchieri d’acqua, e neanche lei parla inglese. Niente trascrizioni in alfabeto latino nel menù, che apro restando per un attimo gelata. Tutto in giapponese, anche i numeri. Niente foto salvifiche da indicare con sicurezza.

Prendo un respiro e comincio a decifrare con pazienza. Trovo la pagina dei monjayaki, che sono la specialità, e mi concentro mentre mio marito attende con fiducia che io gli riveli l’arcano. La coppia nel tavolo accanto al nostro ride, al momento temo ridano di noi, ma mi rendo conto poco dopo che stanno ridendo tra loro durante una conversazione che lascia intendere complicità, visto il loro atteggiamento. Forse sono due amanti, provo ad immaginare. In ogni caso, non ci badano proprio. Poco dopo, la ragazza viene a prendere le ordinazioni. Chiedo due birre e indico sul menù due tipi diversi di monjayaki, dei quali spero di aver correttamente inteso che uno ha del bacon e uno dei gamberetti, oltre agli ingredienti di base. La ragazza annuisce, accende la piastra avvertendoci di non toccarla direttamente se non vogliamo finire ustionati e torna verso la cucina, dalla quale il giovane cuoco torna a guardarci.

Arrivano le birre, ed io ne prendo subito una sorsata per tranquillizzarmi. Guardo mio marito e gli dico a denti stretti che mi sento un po’ fuori posto. Lui pare divertito, tanto qui tocca a me cercare di comunicare, in virtù del mio giapponese di base. Dopo un poco, è proprio il cuoco che viene a portarci al tavolo due ciotole ciascuna con un mucchio di ingredienti all’interno. Ho azzeccato i gamberetti e la pancetta, per lo meno. Prendo con un certo sollievo dalle sue mani la ciotola dove noto del cavolo tagliato fine, insalata, uovo, gamberetti e altri ingredienti che creano una piramide colorata.

Lui ci guarda esitando un attimo, dev’essere sulla quarantina, atletico, abbronzato e con l’espressione un po’ sfrontata, lo sguardo vivace negli occhi sottili, una traccia leggera di pizzetto. Ha una bandana legata attorno alla fronte. Tra me e me lo immagino adatto al ruolo dell’ex teppista. Mi si rivolge in giapponese e poi tenta qualche parola in inglese che va a mescolarsi con la sua lingua. La sua voce è un po’ roca e brusca, ma ogni suo gesto è improntato alla gentilezza, in un contrasto un po’ spiazzante.

Volete che ve ne prepari uno io per farvi vedere? Mi chiede. Io lo ringrazio e gli dico di sì, per favore. Considerando il fatto che a volte anch’io faccio dei misti assurdi di giapponese e inglese, non ho proprio nulla da criticargli. Mescola gli ingredienti all’interno della ciotola di mio marito, trasformando la piramide in un impasto omogeneo, lo sparge sulla piastra e comincia a dargli  un po’ di forma, spiegando che questa pietanza, a differenza dell’okomiyaki, resta più liquida. L’impasto sfrigola e si sparge un profumo delizioso. Ci mostra come usare le palette con cui prenderne e mangiarne. Dopo averlo assicurato con tanti ringraziamenti che ci è tutto chiaro, aspettiamo che torni alla sua cucina e cominciamo a trafficare per conto nostro. Mio marito lascia da parte le parti dell’impasto che tendono a bruciacchiarsi, facendo per scartarle. Il cuoco torna a dare un’occhiata ai nostri progressi e vedendo quanto mio marito sta facendo lo sgrida un po’ dicendogli che quella è la parte più gustosa. Resta lì a controllarci un attimo e io ne approfitto per chiedere un’altra birra, scelta che approva con espressione solenne.

Tutto è molto buono, mangiamo, ridiamo di noi stessi e del nostro imbarazzo iniziale, e finiamo per sentirci a nostro agio. Siamo felici e sorpresi di non aver incontrato dall’altra parte altrettanto imbarazzo e paralisi per via del nostro essere stranieri. Penso che trovarmi in un simile locale è una nuova esperienza che forse mi auguravo ma che non avevo mai avuto il coraggio di fare, temendo lo scoglio della lingua e il tipo di contesto, che sino a quel momento ritenevo fosse giusto riservare solo agli abitanti del luogo, per una sorta di pudore e paura di disturbare. Perché non fai qualche foto del locale e del cibo? Mi chiede mio marito. Perché voglio godere appieno di questo momento, e nient’altro, rispondo.

Mentre finiamo di mangiare entrano due ragazze, due studentesse ancora in divisa, che cominciano a chiacchierare e ridere tra loro in un altro tavolo. Mi stupisco nel vedere due giovanissime in un locale così, che vedrei più attinente i gusti di persone un po’ più grandi, ma spazzo via in fretta i soliti preconcetti che ogni volta il Giappone mi ribalta. Andiamo a pagare alla cassa, che si trova davanti alla cucina. Il cuoco è momentaneamente sparito oltre una tendina formata di sottili corde di plastica, probabilmente in un magazzino. Attendiamo un attimo per salutarlo, ma non ricompare, quindi ci congediamo dalla cameriera, che ci saluta seria e composta.

Non appena varco la porta e mi trovo già con un piede sul primo gradino delle scale che scendono, spunta dalla porta il cuoco, un po’ affannato, che ci ferma per salutarci come si deve. Poi d’improvviso mi prende una mano, sempre con quell’atteggiamento di brusca gentilezza, e mi posa nel palmo due gomme da masticare con l’incarto decorato con il gatto Felix. Queste sono per voi, non sono male, mi dice. Grazie per essere venuti qui, e buon viaggio.

Tornata in hotel, dopo una camminata con il volto riscaldato dal cibo e dalla birra piacevolmente rinfrescato dalla notte, scrivo quanto segue, per salutare l’ennesima città che mi ha fatto una carezza, l’ennesima riprova di quanto il Giappone riesca sempre a farmi innamorare in nuovi modi, di viaggio in viaggio, di meta in meta:

12 dicembre 2018
Sayonara, Sendai.
Volevo vederti da tanto, e ti ho trovata più bella di quanto osassi sperare. Ti saluto nell’ultima notte dalla finestra dell’hotel, ripensando alle emozioni vissute in questi giorni.
Momenti che mi hai donato come tesori nella memoria.
E proprio stasera un tuo abitante mi ha regalato la sua pazienza e la rude gentilezza nel mostrare come si cucinasse un piatto che non conoscevo, andando oltre la barriera della lingua e delle diverse abitudini. Non scontato, perché non è sempre vero che in Giappone tutti sono gentili.
E con le gomme da masticare che ha voluto posare tra le mie mani come piccolo dono e gesto che non aveva bisogno di parole, mentre stavo uscendo dal suo locale, porgo il mio saluto verso il monte Aoba, dove un tempo sorgeva il castello del daimyo che ti rese grande.