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Salire e scendere

Durante l’estate appena trascorsa mi sono trovata a visitare Onomichi, cittadina sul mare famosa per il suo percorso lungo le colline che le fanno da sfondo, lungo il quale si incontrano diversi templi, nascosti tra le case e le stradine. In alcuni punti ci si trova a passare attraverso il retro di cortili o davanti ai portoni delle case.

Ad un certo punto, verso il mezzogiorno, ho avuto l’idea di proseguire da sola per una salita lungo una scalinata che pareva non finire mai, sotto il sole. Non avevo nulla da bere, nè modo di procurarmelo, per via del mio voler proseguire in fretta senza stare tanto a pensare a quello che avrei dovuto portare con me. Sfiancata dal caldo, con il cuore in gola e abbagliata dalla luce intensa che faceva sembrare i gradini quasi bianchi, ad un certo punto ho pensato a che diamine stessi facendo. Avrei potuto lasciar perdere, cambiare i programmi ed andare a prendere la cabinovia, un po’ più avanti, per salire sino in cima. Avrei dovuto rendermi conto prima che rischiare un colpo di sole non è proprio l’ideale, e tornare indietro. Ma c’era qualcos’altro dentro di me che mi diceva di salire. Anche se non fossi arrivata sino in cima al percorso, dovevo mettere ancora qualche passo davanti all’altro, e giungere almeno ad un punto panoramico, che valesse la fatica che stavo facendo. Sentivo senza una ragione apparente che quel momento era in qualche modo una metafora delle mie esperienze degli ultimi anni, in cui non ho potuto far altro che farmi coraggio e proseguire, in una sorta di sfida con me stessa e con quelli che ho sempre ritenuto i miei limiti e le mie paure, per arrivare a degli obiettivi. Obiettivi che nemmeno sono delle vere e proprie mete per quelli che restano alcuni dei miei sogni, ma semplicemente tappe che ti portano avanti lungo il percorso della vita, con tutti i suoi imprevisti, le sue svolte, i suoi obblighi e le sue gioie, che da sole ripagano gli sforzi.

Finalmente, quando temevo che proprio non avrei potuto farcela oltre, sono arrivata ad un punto in cui si apriva un bellissimo panorama della cittadina sottostante, del mare e delle isolette che lo punteggiano. Un signore se ne stava seduto sotto alcuni alberi, con davanti una tela su cui stava riproducendo il paesaggio. Ci sarebbe stato un altro pezzo da percorrere, da dove mi trovavo riuscivo a scorgerlo, più in alto, oltre la vegetazione, ma ho pensato che andasse bene così, che non era davvero saggio abusare oltre delle mie forze. Non sempre si riesce a completare del tutto un percorso, siamo esseri imperfetti e talvolta riconoscere di non poter fare altro è una forma di preservazione di quanto già si possiede, magari senza rendersene conto.

Sono entrata in un bagno pubblico, riprendendomi con un po’ d’acqua, e poi ho iniziato a scendere. Una discesa che si presentava faticosa quasi quanto la salita. Incrociavo ragazze che con leggerezza, graziosamente e senza nemmeno una goccia di sudore, salivano come niente fosse. Quanto possono essere diverse le stesse situazioni, a seconda delle persone che le affrontano! Inoltre, pensavo che non sempre la salita è la parte più faticosa di un percorso: anche la discesa, in cui bisogna fare i conti con le conseguenze di quanto accumulato durante la salita, necessita di sforzi e attenzione.

Come riflettere sulla propria vita, su quanto si è affrontato e su quanto essa avrà ancora in serbo in futuro, percorrendo la via dei templi, in un paese lontano.