Crea sito

Alla ricerca dei ninja

Alla ricerca dei ninja! Che ne dici se andiamo a Iga Ueno, patria dei ninja? Certo, è una meta che ha fatto delle leggende nate intorno a queste figure la propria principale attrattiva turistica, ma direi che una gita fuori porta tra le montagne possiamo farcela.

Così, in un giorno d’estate, durante uno dei nostri viaggi in Giappone, partiamo per raggiungere Iga Ueno, e visitare i luoghi legati ai ninja e alla loro storia. Sin dal principio pare che il posto non sia proprio agevole da raggiungere. Ma d’altra parte, ci sarà stato un motivo per cui i ninja poterono sviluppare in tutta tranquillità tutte le loro tecniche segrete e mantenerle tali nel corso del tempo. Niente di più consono di un villaggio celato tra le montagne, sconosciuto ai più, ammantato di mistero. Molto suggestivo.

Non sono tra coloro che trovano irresistibile questa figura. Non ho neanche mai letto il manga Naruto, che ormai pare inevitabile citare quando si parla di ninja, anche se mi dicono essere nel complesso un’opera piacevole. Sia io che mio marito siamo mossi da pura curiosità legata all’amore per la storia, sappiamo bene che la figura reale dello shinobi è stata decisamente diversa da quella trasformata dalla leggenda e dalla cultura popolare. Tuttavia penso non ci sia niente di male nel divertirsi con riletture, abbellimenti e quanto possa rendere più appetibile un argomento, purché poi si sviluppi un interesse anche nello scoprire quella che è la verità.

Opera di Utagawa Kunisada via Ukiyo-e.org

Cominciamo quindi il viaggio da Kyoto, cambiando vari treni sempre più piccini. In una stazione ad un certo punto del percorso sono quasi incerta se salire su un convoglio che prima di partire se ne resta fermo per un po’, con pochissima gente locale che si fa aria con un ventaglio o con un giornale nell’afa del pomeriggio estivo. Mi metto a chiedere a varie persone se quel treno sia giusto per Iga Ueno, e ricevo sorrisi ed assensi, sembro un piacevole diversivo in una scena del tutto quotidiana. La presenza di una coppia di occidentali, due ragazzi che parlano tra loro in una lingua che non conosco, mi conferma che sono sul treno giusto. Qualche altro turista ci sta andando, mi dico, i ninja attirano sempre.

Il treno scorre e comincia ad insinuarsi in un paesaggio sempre più bello, immerso nel verde delle montagne, con vallate che si aprono ogni tanto ad allargare il panorama e a mostrare corsi d’acqua, mosaici di case che digradano dolcemente sui versanti delle alture. Stiamo avvicinandoci nel cuore segreto di quella natura, lì dove le ombre sfuggenti dei ninja correvano rapide tra un albero e l’altro, talmente fulminee e silenziose da risultare invisibili all’occhio non allenato. Sto già vagando con la mente, colma delle fantasie che nonostante tutti i buoni propositi solleticano l’immaginario occidentale e non solo.

Mio marito approfitta del tragitto per dormire un po’, e dopo averlo svegliato una o due volte per fargli notare la bellezza del paesaggio mi sento un po’ in colpa e decido di lasciarlo riposare. Magari vedrà il tutto al ritorno, anche se i ritmi che manteniamo durante questi viaggi, soprattutto uniti al caldo estivo, ci stancano parecchio ed ogni occasione è buona per imitare i tanti giapponesi che dormono cullati dal movimento dei convogli. Proseguo nella contemplazione da sola, e dall’esterno il mio sguardo vaga anche all’interno del treno.

Resto colpita da un ragazzo del personale di bordo, in divisa. Sembra molto giovane, ma forse dimostra solo meno dei suoi anni. Ha un volto bellissimo, dai lineamenti perfetti, di una soavità quasi femminile. Pare fatto di porcellana, raramente ho visto un viso così bello. Comincio a creare una storia per lui tra me e me: in realtà è un ninja sotto mentite spoglie da capotreno, in missione per conto di qualcuno, oppure è un ninja che si è dovuto adattare alla vita moderna e quindi ha intrapreso una professione alla luce del giorno, pur restando nella sua terra, dove la sua famiglia da generazioni custodisce i segreti di incredibili tecniche…

Mi riscuoto dalle assurdità delle trame che ho incollato al bel ragazzo e arriviamo a Iga Ueno. C’è un altro trenino fermo in attesa, vuoto, su un binario separato da quelli della JR che abbiamo preso sinora. Comincio a pormi dei dubbi se davvero sia il treno che dobbiamo prendere per arrivare nella parte di città dove ci sono i vari punti di interesse. Mi rendo conto che quel treno non è coperto dal Japan Rail Pass e dovremmo pagare un biglietto aggiuntivo. Intanto è passata da un pezzo l’ora di pranzo. Dalla piccola stazione vedo un centro abitato che sembra poco lontano, anche se per raggiungerlo c’è uno stradone che probabilmente crea una prospettiva di vicinanza ingannevole. Mi assalgono i dubbi e cerco di capire se sia fattibile farsi a piedi il tragitto sino ai vari posti che vorremmo visitare. Il caldo è martellante e non incoraggia.

Il signore di mezza età nella guardiola della biglietteria di fianco ai cancelletti di entrata ed uscita della stazione ci guarda con aria premurosa e perplessa. Ci siamo solo noi, al momento. L’altra coppia di occidentali che avevamo visto nel treno precedente è salita subito sul trenino, su cui mi sto ponendo ancora domande. Tra l’altro, comincio a fare dei rapidi calcoli sui costi dei biglietti di ingresso ai luoghi che avevamo intenzione di vedere. Temo che questa gita ci costerà molto più del previsto. Mentre continuo ad esitare, il trenino parte, con solo i due turisti a bordo. E sì, mi rendo conto qualche istante dopo che era proprio quello che avremmo dovuto prendere.

Cerco di immaginare come fare il percorso senza prendere dei mezzi ma, confrontandomi anche con mio marito, comprendiamo che cinque minuti di treno sono molti di più, a piedi, e sotto il sole cocente. Il prossimo trenino, scopriamo, è tra un’ora, come ci dice il signore nella stazione, tutto preoccupato per noi. Sconsolati, ci sediamo nella piccola sala di attesa della stazione, davanti ad un distributore di gelati. Non abbiamo ancora pranzato, e non si vedono locali o punti di ristoro nei dintorni, siamo decisamente fuori mano. Prendiamo tre gelati in due, facendone il nostro pranzo, e meditiamo se davvero vogliamo aspettare un’altra ora, per poi dover tirar tardi, e rischiare magari di dover correre o fare visite affrettate perché giunti troppo vicini agli orari di chiusura di qualcosa. Ci fa rabbia, essere arrivati quasi alla meta, eppure nel soppesare la stanchezza che andrà accumulandosi, soldi in più che non avevo calcolato e l’ipotesi di non riuscire a vedere quel che ci eravamo proposti – ma poi, lo riteniamo così imperdibile? mi chiedo, facendo un po’ come la volpe con l’uva – alla fine decidiamo di tornare a Kyoto. Siamo talmente stanchi che già solo il ritornare ci pare un po’ un’impresa.

Il signore della stazione ci vede riattraversare i cancelli verso i binari ed è molto dispiaciuto, ci chiede come mai non proseguiamo e gli diciamo che è meglio per noi tornare a Kyoto. Siamo dispiaciuti anche noi perché ci sembra quasi di fargli un torto, nel non visitare i luoghi in cui vive e lavora, e dei quali sicuramente sarà orgoglioso.

Mentre attendiamo al binario, sposto lo sguardo sul paesaggio intorno, natura, silenzio e nessuno in vista, se non noi due al binario e il signore in guardiola. Inspiro e cerco di mandare giù quella sensazione di delusione e senso di inadeguatezza per non essere riuscita ad organizzare come volevo quella giornata, in seguito a quella decisione un po’ improvvisa presa nella mattinata per una tappa che era facoltativa nel mio itinerario di viaggio. Poi scuoto la testa e offro l’unica spiegazione per quel fallimento a mio marito.

“I ninja non vogliono che scopriamo i loro segreti”.

Ne sono convinta anche ora.

Iga Ueno resterà per me un esempio di quanto può andare storto durante i viaggi, non tenendo conto di alcuni aspetti, come la stanchezza – che è sempre tra le cause più frequenti di rinuncia ad una tappa – e il budget, oltre che le attese troppo lunghe,  e da allora i distributori di gelati nelle piccole stazioni deserte simboleggiano nella mia testa i luoghi in cui si può prospettare una lunga attesa, e c’è lì per te, preventivamente, un gelato per consolarti.